Viaggiare, incontrare popoli lontani e culture diverse dalle nostre è una delle più grandi emozioni che l’essere umano possa sperimentare, perché sembra di scoprire qualcosa e qualcuno di nuovo, ma in realtà si impara a conoscere meglio se stessi e un “se” collettivo che trascende i limiti del nostro corpo e della nostra soggettività, che ci rende tutti uguali e tutti diversi allo stesso tempo. Nella storia, il piacere di scoprire e approfondire la conoscenza di etnie diverse non è andato di pari passo con la consapevolezza dei danni che l’etnoturismo può fare e ancora oggi non tutti riescono a capire qual’è il decalogo delle cose da fare e non fare, quando si entra in un paese profondamente diverso da quello di origine, pur con le migliori intenzioni. Sto pensando ai turisti che in Africa lanciano caramelle e soldi ai bambini, anche dai treni e dai bus in corsa. Loro, i bambini, hanno imparato proprio dagli occidentali a fare l’elemosina, iniziando a identificarla come la via semplice per guadagnarsi un pezzo di pane. Perché mai andare a scuola, che ha un prezzo in termini economici per la famiglia e richiede un impegno costante da parte del bambino, quando basta correre verso il “muzungo“, facendo gli occhioni teneri, e dirgli “ciao” nella sua lingua? I danni dell’etnoturismo non sono certamente ancora del tutto estinti, ma questo articolo “Dagli zoo umani, all’etnoturismo” di Alfredo Somoza, che brevemente analizza il percorso storico di questo tipo di turismo, sembra dirci che c’è speranza.
In questi mesi a Parigi è stata allestita una grande mostra per ricordare una pagina cancellata della storia d’Europa, gli zoo umani. Nelle esposizioni universali a cavallo tra Ottocento e Novecento– quelle di Bruxelles, Londra, Milano, Parigi, Barcellona – una delle principali attrattive erano i cosiddetti “giardini di acclimatamento”, nei quali non ci si limitava a presentare la flora e la fauna dei Paesi esotici, all’epoca quasi tutti colonizzati dall’Europa. In questi veri e propri zoo veniva riprodotta anche la vita dei popoli tribali.
Intere famiglie di pigmei, di amerindi della Terra del Fuoco e dell’Amazzonia, di boscimani sudafricani, di karen birmani strappati dai loro villaggi con la forza o con l’inganno dovevano recitare la loro vita quotidiana davanti agli occhi dei borghesi delle metropoli europee. Molti morivano di malattia, altri finivano rovinati dall’alcool, diversi si suicidavano, pochi tornavano a casa.
Nel XXI secolo gli zoo umani non sono più ammissibili. In compenso si praticano tranquillamente i safari umani. Quelli che si celano dietro il cartello politicamente corretto di “etnoturismo”, una tipologia di viaggio costosa, che porta il turista a contatto con popoli indigeni sui loro territori ancestrali. Le etnie oggetto di questo turismo sono le stesse che un tempo venivano esposte nei giardini di acclimatamento. Tranne quelle nel frattempo scomparse, è ovvio.
La più grande ONG che si batte per i diritti dei popoli tribali, Survival International, chiede da anni il bando del turismo cosiddetto etnico, perché fatto sulla pelle degli indigeni senza che essi ne ricavino alcun vantaggio. Anzi, molti di questi popoli a contatto con il turismo si sono ridotti a recitare, a banalizzare la loro cultura tradizionale a vantaggio degli spettatori di turno. Basta pensare a ciò che è accaduto ai masai del Kenya, alle finte cerimonie induiste a Bali, alla cremazione dei corpi in India o ai rituali del vudù haitiano.
Spesso chi assiste a queste esibizioni non ha coscienza del fatto che la mercificazione di riti e tradizioni è causa di gravi danni culturali. Quando però il turista sceglie di addentrarsi nei territori tribali, oltrepassa consapevolmente un limite che in molti Paesi è invalicabile anche dal punto di vista legale. In tutto il mondo, gran parte delle popolazioni indigene vive in zone che suscitano grandi appetiti economici, spesso scenario di violenze e conflitti armati. La cronaca riporta con regolarità notizie di turisti “avventurosi” che vengono derubati, sequestrati o uccisi: ma, evidentemente,questo non basta per far riflettere sull’inopportunità di recarsi in posti nei quali non si è voluti. E nemmeno a mettere in guardia sui rischi che, andandoci, si potrebbero correre.
Esistono piccole esperienze di turismo responsabile pensate insieme a popoli indigeni, in America Latina e in Asia. Sono viaggi ideati e realizzati con alcune comunità locali che hanno deciso di ricevere turisti e pongono limiti e vincoli alla loro presenza. Da questi visitatori ricavano un vantaggio economico che verrà utilizzato per progetti comunitari;per di più gli uomini e le donne accolti nelle comunità diventano spesso sostenitori delle loro cause. Il resto è un triste teatrino, molto spesso allestito con la complicità di regimi totalitari che utilizzano le etnie autoctone per attirare turisti: un’ulteriore umiliazione per popoli che hanno già subito troppo.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)






Commenti
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Grazie per l’introduzione al mio articolo che condivido pienamente. Alfredo Somoza
del Post
Grazie a te per aver scritto questo interessantissimo articolo e per averci dato la possibilità di citarlo integralmente!